Commemorazione eccidio Martiri del Panaro. 1946-2016

Il testo integrale del discorso che ho tenuto oggi pomeriggio in occasione della commemorazione dei Martiri del Panaro in cui morì anche Gabriella Degli Esposti, Medaglia d’oro al Valor Militare della Resistenza.

“Castelfranco, 17 Dicembre 2016

Buongiorno a tutti i cittadini presenti, ai colleghi Sindaci a Iames e Savina e grazie per essere qui questo pomeriggio.

E’ un onore per me oggi avere il compito di ricordare quei terribili fatti accaduti poco più di 70 anni fa.

Tanti nella vita di una persona, pochissimi per una comunità che a volte sembra aver già dimenticato tutto di quei terribili giorni, in cui la tanto citata superiorità dell’essere umano lasciò il posto alla bestiale brutalità delle persone che sostennero il regime nazifascista.

Parlo di persone e non di fascismo inteso come entità politica astratta.

Perchè spesso ci dimentichiamo che furono proprio le persone, persone comuni, quelle che oggi definiremmo parte della maggioranza silenziosa, che fecero crescere quel gigantesco mostro che ci trascinò in uno dei periodi più bui della storia recente, nell’indifferenza di quello che succedeva ‘agli altri’ di turno, o peggio ancora nella tentazione di sfogare frustrazioni o voglia di banale rivalsa per interessi privati e particolari, magari verso chi con il duro lavoro aveva ottenuto miglioramenti della propria condizione di vita.

Il racconto di Savina è incredibilmente duro. E non poteva non esserlo. Quello che colpisce, ma che purtroppo è ricorrente in tanti altri casi di martiri del regime, è la completa perdita di un qualsiasi briciolo di pietà umana.

Nulla fermò la ferocia con cui si accanirono, in particolare contro la nostra popolazione che in gran parte non si piegò all’idea di essere privata della propria libertà.

La scelta che fecero quelle giovani donne e giovani uomini fu terribile. Diventare essi stessi carnefici in cambio della promessa del mantenimento di una parvenza di vita normale, o ribellarsi andando incontro a morte quasi certa per lottare contro la dittatura.

E quella scelta fu ancora più dura per Gabriella perchè era una madre e lo sarebbe stata nuovamente, perchè era una moglie, perchè era una figlia.

Non possiamo dimenticarlo quando ricordiamo quei fatti. Non possiamo dimenticarlo oggi quando spesso per quelli che imprecano e si lamentano di tutto e tutti, la scelta più dura che hanno fatto è rappresentata dal colore del telefonino nuovo.

E quindi torno a parlare delle persone.

Perchè, lo dico con un brivido che mi corre lungo la schiena, mi capita purtroppo di vedere molte analogie in questa società. Vedo quell’indifferenza. Vedo quel disagio. Vedo quella voglia di trovare semplificazioni e capri espiatori. Vedo quell’odio.

E vedo alcuni tra quelli che dovrebbero rappresentare il popolo nelle istituzioni, cavalcare la tigre di questo disagio, non lavorare per attutirne i sentimenti risolvendo i problemi. Vedo seminare voglia di vendetta, non coltivare la solidarietà della comunità.

Vedo rispolverare anche vecchi cimeli e cavalli di battaglia nazifascisti che senza più gli anticorpi della conoscenza della storia, riprendono vigore tra la gente, tra i giovanissimi, nell’immaginario di poter ritornare in un mondo, del tutto inventato, in cui il regime avrebbe portato benessere e sicurezza a tutti, e non privazione ed orrore come invece è stato.

Vedo l’indebolimento del sogno europeo e il successo sulla scena di leader apertamente razzisti e di estrema destra. Penso all’Ungheria, a quello che sarebbe potuto succedere in Austria, a quello che potrebbe succedere in Francia. Penso al neoeletto presidente americano Trump.

Credo che a questo servano questi momenti. A scuoterci.

A chiederci se abbiamo fatto troppo poco con i nostri figli, con i nostri fratelli con i nostri amici per ricordargli come sono andate le cose.

A chiederci se come istituzioni stiamo facendo abbastanza nelle scuole, nelle famiglie, a superare quella diffidenza che bolla tutto ciò che riguarda la storia di quegli anni come un fatto ‘politico’ e non come un tragici eventi da ricordare per non ripeterli in futuro.

Salvo poi vedere alcuni di quegli stessi paladini dell’anti politica e che si battono per tenere fuori la Resistenza dalle scuole in quanto argomento politicizzato, sfilare con movimenti neonazisti con tanto di bandiere e svastiche, dicendo che in quel caso non è politica ma è solo folklore.

Io ho avuto il privilegio di sentire dalla viva voce di chi ha vissuto quei momenti il racconto della vita in quel periodo. La mia nonna, di Pianoro in quell’appennino terra di nessuno che ha pagato un conto altissimo in termini umani, sfollata a poco più di dieci anni dai fascisti, mi ha trasmesso sin da piccolo quei terribili giorni, passati a cercare del cibo e andando oltre i tanti morti spesso lasciati nelle strade e nei boschi. Probabilmente per questo non si sono trasformati nella mia mente solo in vaghi racconti simili alle battaglie virtuali di un videogioco come purtroppo è successo a molti della mia generazione.

Ma il tempo ci sta privando sempre più di quelle testimonianze dirette e la nostra responsabilità si fa ancora più grande perchè da quello che faremo noi dipenderà il proseguimento del faticoso cammino alla ricerca della libertà o il lento scivolamento di nuovo in quelle tenebre.

Per questo è importante la testimonianza di Savina e di tutti quegli allora giovani ragazzi che hanno dovuto convivere con quelle tragiche esperienze e che le consegnano a noi per non custodirle sulla mensola di una libreria ma per applicarli nella coscienza attiva della vita quotidiana.

Coscienza attiva. Che ci possa fare uscire dall’individualismo predominante e da quella sottile bolla in cui ci illudiamo di poter vivere sereni semplicemente lasciando fuori tutti gli altri, alzando muri o creando nuove categorie da combattere.

E quindi in questa giornata d’inverno in cui la possibilità di poterci riunire liberamente e alla luce del sole a parlare ci è stata garantita dal sacrificio di tanti giovani donne e uomini, questo è forse l’insegnamento più forte che credo dovremmo tenere sempre bene a mente: lavorare per unire e non per dividere.

Perché non ce lo dobbiamo dimenticare mai ci si salva solo tutti insieme.

Grazie”.

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